| Pubblicato su: | La Critica, anno II, fasc. 1, pp. 63-66 | ||
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| Data: | 20 gennaio 1904 |

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La sventura maggiore del Nietzsche come filosofo è stata, dopo la pazzia, la sua fortuna. Per qualche anno, gli è accaduto di essere il pensatore di moda, l'oracolo dei letterati, il fornitore di frasi ad effetto dei cenacoli estetizzanti. C'è stata una quantità di gente che credeva di capire il filosofo perchè amava l'artista, e questa ammirazione, diciamo cosi «letteraria», lo facevan sospetto ai filosofi puri. Nè gli uni nè gli altri avevan torto del tutto. Se Nietzsche ha troppo amato le idee per essere un poeta intero, è stato troppo «scrittore» per rispondere al tipo spinoziano e kantiano dell'homo rationalis. Era necessario che i filosofi e sopratutto i professori di filosofia — razze nemiche e diverse, direbbe il maligno Schopenhauer — facessero il viso dell'arme a questo appassionato scuotitore che andava vestito d'immagini più che di formule, ed amava più i colpi di scure che i sillogismi.
Dall'altra parte, s'andava all'opposto, e gli artisti e i letterati giovini sedotti dalla forma misteriosa e violenta e dal fascino del messianico Zarathustra, mostravano la loro mediocre cultura speculativa, proclamandolo il più avanzato e il più originale de' filosofi de' nostri tempi.
Il Nietzsche veramente non è tale, ma non è neppure, come vorrebbe qualche critico attaccato alle forme, un letterato immaginoso, camuffato da pensatore. Nietzsche resta un filosofo, non completo e nuovo, se volete, ma pur sempre filosofo. Non è stato nè un gran metafisico nè un gran gnoseologo: d'accordo. Non ci ha dato una nuova Weltanschauung, perchè l'idea del perpetuo scorrere delle cose non è sua e l'idea dell'eterno ritorno non è nè sua nè sostenibile. E neppure ci ha data una nuova teoria
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della conoscenza, perché egli ha oscillato tra l'agnosticismo kantiano e lo gnosticismo volontarista schopenhaueriano per finire al fenomenismo radicale, ch'è un ritorno alla posizione del senso comune. Ma è stato un moralista pieno di forza, d'impeto e di grazia bizzarra. Ha detto delle cose che sentiva fortemente e che amava in una forma forte e che si fa amare: questa, per me, la ragione unica della sua popolarità.
Ed oggi, sminuito l'entusiasmo compromettente dei letterati, anche i filosofi di professione tornano a lui, e la Nietzsche-litteratur si arricchisce ogni anno di studi d'ogni paese e d'ogni natura. Anche l'Italia, pur in ritardo, ha dato la parte sua, e dall'articoletto di Emilio Morselli del 1894 al libro recente dall'Orestano è stato grande il cammino. Avevamo sul Nietzsche un buon libro, giunto agli onori di una seconda edizione, quello di E. Zoccoli (Modena, 18981 - Torino, 19012). Ma è un libro, se così posso dire, piuttosto critico e statico, cioè che guarda il pensiero del Nietzsche come un insieme sistematico e si preoccupa soprattutto di ricercarne il valore. L'Orestano ha avuto opposte intenzioni, e il suo libro è riuscito piuttosto dinamico ed espositivo. Egli ha voluto seguire, fin che gli è stato possibile, la formazione, lo svolgimento, il rivolgimento delle idee nietzschiane, mirando più a metterle direttamente sotto gli occhi che a farci sopra della critica. La critica la fa, ma breve e in coda all'opera, ed è piuttosto riassunto che valutazione. Così il meglio e il più del libro (pp. 45-322) non fa che presentare, con citazioni e compendi, il più importante del pensiero del filosofo di Röcken negli anni della sua vita creatrice, cioè dal 1869 al 1888. Questi venti anni, intensi di pensiero mobile e continuo, vengono spartiti dall'Orestano in quattro periodi.
Il primo va dal 1869 al 1876, cioè dalla prolusione Homer und die classische Philologie al R. Wagner in Bayreuth, e comprende, fra gli altri, il Die Geburt der Tragödie e tutte le Unzeitgemässe Betrachtungen. «Gli argomenti più importanti che occupano il Nietzsche in questo periodo, scrive l'Orestano, sono l'ellenismo e le questioni della cultura nazionale tedesca, nelle quali si mantiene in un certo rapporto di dipendenza con Schopenhauer e con Wagner» (21). Il secondo va dal 1876 al 1879, comprende il Menschliches, Alzumenschliches e il Wanderer und sein Schatten, e segna lo stacco dai due «educatori», e la ricerca di una via propria. Il terzo (1880-1885) rappresenta, forse, il culmine dell'attività intellettuale del Nietzsche, e conta la Morgenröthe, Also sprach Zarathustra, la Gaya Scienza e la scoperta dell'eterno ritorno. Il quarto va dal 1885 alla pazzia (1888), e si potrebbe dire il tentativo della sistemazione definitiva delle idee sue, non senza però prolungamenti e mutazioni. Infatti, a questo appartengono il Jenseits von Gut und Böse, la Genealogie der Moral e il principio della grande opera, rimasta incompiuta, sulla Wille zur Macht. L'Orestano dà una grande importanza, e con ragione, a quest'ultimo periodo. Secondo tutti coloro che hanno scritto su Nietzsche, il suo pensiero è rappresentato soprattutto da Zarathustra. Ora questo, afferma l'Orestano, «appartiene a una fase di pensiero che Nietzsche
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ha oltrepassato» (244). E le maggiori ragioni sono: che il filosofo prende per suo obbiettivo principale, non più la distruzione dei vecchi valori, ma la «rivalutazione di tutti i valori», e ch'egli abbandona quasi la teoria del superuomo. «La parola superuomo non ricotte nelle opere successive al Zarathustra ché rarissimamente, una decina di volte in tutto, ed ha perduto quel senso specifico che ha nel libro di Zarathustra.... Superuomo significa tanto quanto uomo superiore, né denota più una specie oltre-umana, ma è il simbolo di un tipo umano più forte, più possente, dominatore (247). E fa nello stesso tempo una critica dell'evoluzione, cioè proprio di quella dottrina che era l'unica base scientifica della sua profezia. Insomma, le idee più popolari del Nietzsche non appartengono al suo pensiero definitivo, e lo Zarathustra è soprattutto un'opera artistica e negativa, ch'è stata, non del tatto negata, ma oltrepassata nel periodo ultimo più sistematico e costruttivo. Su questo punto come su altri, ciò che si può dedurre da questo libro è che il Nietzsche comune, il Nietzsche dei salotti e dei giornali è ben diverso dal vero Nietzsche. Ne fanno soprattutto un egoista e un immorale: ma un uomo che pensa agli altri, che vuoi portare la luce agli uomini, che sogna una nuova civiltà, che fa delle profezie, che desidera la propaganda delle sue idee non può dirsi egoista — e chi tenta di creare un nuovo tipo di morale, chi predica il rispetto dell'uomo, l'odio della menzogna, la purificatone colla solitudine, la formazione di nuovi valori non può dirsi immorale. Il suo egoismo, infondo, ha delle forme molto altruiste, e il suo immoralismo non è che il tentativo di una morale nuova. Quest'uomo, che rappresentano come il superuomo solitario, ha delle mosse da pastore di popoli; e tutta la sua crudeltà non è che un gradino a una pietà superiore, alla pietà della razza che s'infiacchisce e s'ammala e che ha bisogno di essere scossa e disciplinata. Egli odiava il «nihilismo europeo», la decadenza dell'autorità: voleva una classe forte, perché impedisse le debolezze dei deboli. Nietzsche è stato dunque un umanitario, un umanitario un po' burbero, un po' sgarbato e paradossale, ma, in fondo, un «educatore» di buona volontà, un «pedagogista» sociale, un medico di popoli, che vuol rendere, come tanti, l'umanità più felice e più grande. Pare, almeno per oggi, che la sua ricetta non sia la preferita; ma ciò non vuoi dire che l'intenzione di guarire non ci sia stata. Nonostante, egli ha avuta ed ha una reale influenza; è stato un risvegliatore, un eccitatore, che ha richiamato i simili e ha fatto insorgere i dissimili. È stato un tonico della filosofia; un aperitif del pensiero. Perché, in fin dei conti, i risultati puramente speculativi della sua opera non son molti nè molto nuovi.
L'Orestano, in fondo al suo libro, riduce a due gli insegnamenti pratici più importanti: «1. la vita non può aver torto, ogni etica, ogni religione che rinneghi la vita è falsa; 2. la società umana dev'essere retta dagli individui superiori» (355). Ora io vorrei sapere donde provengano le etiche e le religioni che il Nietzsche chiama false, se non dalla vita stessa. Poichè sono proprio parti della vita di certi uomini, bisognerà che
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corrispondano per forza a una certa forma di vita, a certi istinti della vita. Ma come si fa a sapere quali s'hanno a seguire e quali no? Il Nietzsche, che odia gli asceti cristiani, dovrebbe pur sapere che obbedivano pure a un istinto vitale, quello di vivere più spiritualmente, più prossimi a Dio, per avere la gioia eterna. Si dirà forse che la vera vita non è che quella sensuale, animale? Se non c'è altro criterio di scelta che il temperamento personale, chi potrà mai dire che quello nietzschiano sia l'assoluto, il vero? — E vorrei pur sapere quali sono i superiori che devono reggere la società. Se debbon reggerla, non la reggono, cioè sono tra i dominati. Lo sono o per volontà propria o d'altrui. S'è per la propria, significa che questi dominatori non amano signoreggiare, o perché non se ne senton capaci o perché non lo ritengono ufficio degno. S'è per l'altrui, vuol dire che ci son dei più forti di loro, degli uomini che li vincono e li assoggettano, e questi hanno allora a buon dritto il dominio e sono i più potenti, cioè, secondo le idee stesse del Nietzsche, i migliori, i superiori. Non solo, dunque, come nota l'Orestano, questi insegnamenti san vecchi, ma sono, mi sembra, anche vuoti.
Quello che per me il Nietzsche ha di meglio sono, non tanto le idee fondamentali quanto le particolari, non tanto le cose dette quanto il modo di dirle, non tanto ciò che ha sentito e pensato quanto ciò che fa sentire e pensare. E il merito del libro così chiaro, ricco e preciso dell'Orestano è quello di farci vedere in iscorcio, nelle sue linee più luminose, questo raro e vivido spirito, che ebbe insieme la passione delle idee possenti e l'amore delle parole belle.
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